hanno
organizzato la Conferenza:
ULTIMA
FERMATA: AUSCHWITZ

PER NON DIMENTICARE L’OLOCAUSTO
PROGRAMMA:
Saluti
FRANCESCO LOSI, Sindaco di Melara
DOTT.SSA
LAURA NEGRI, Assessore alla Cultura della Provincia di Rovigo
Interventi
PROF.SSA PAOLA DAVI’, Assessore alla Cultura
del Comune di Melara
PROF.
MAURO ROSSI, Presidente della Biblioteca Comunale “Dino
Tinti” di Melara
LALA
LUBELSKA, settantanove anni, ebrea polacca, vive a Badia
Polesine, in Provincia di Rovigo, ed è testimone della Shoah
per gli archivi di Spielberg. Dopo essere stata segregata con la famiglia
per anni nel ghetto di Lodz, fu deportata dai nazisti nei campi di
sterminio di Auschwitz e Mauthausen.
Musiche
STEFANO
LIUZZO (Chitarra)
NICOLA
MAZZONI (Contrabbasso)
STEFANO LIUZZO (Chitarra)
Nasce
a Correggio (RE) il 6/2/1977. Attualmente è socio fondatore
dell'Associazione culturale Conchiglia per la promozione dell'arte
tra i giovani e per la costruzione di pace. Collabora ormai da parecchi
anni con Daniele Goldoni con il quale ha realizzato due CD. Sempre
con Daniele Goldoni ha vinto, a Milano nel 2002, il primo premio nazionale
e il primo premio della critica della rivista specializzata "L'Isola
che non c'era". Negli ultimi due anni ha fondato, con Elena Borghi
e altri artisti, l'Accademia delle Bizzarrie: un gruppo aperto con
il quale realizza spettacoli musicali, teatrali e laboratori nelle
scuole elementari e medie. Ha collaborato con Karoline Krabeel, John
Edwards, Gianfranco Maretti, Giorgio Signoretti, e altri musicisti.
Si è laureato in lingue orientali con una tesi sull'iconografia
copta. Nel 2002-2003, ha svolto il servizio civile presso il Campo
Nomadi di Mantova e, con le associazioni per la mediazione culturale
Opera Nomadi e Sucar Drom, lavora alla realizzazione dell'Istituto
di Cultura Sinta per la conoscenza delle culture rom, sinta e camminante.
Tiene laboratori teatrali a tema interculturale in alcune scuole della
provincia di Mantova. E' collaboratore dell'agenzia turistica Avventure
nel Mondo per la quale svolge attività di coordinatore di gruppo
da molti anni.
NICOLA MAZZONI (Contrabbasso)
Nicola
Mazzoni è nato a Mantova nel 1979. Abita a Quistello (Mn).
È (momentaneamente) consulente informatico ma si occupa più
che altro di musica e scrittura. Suona il contrabbasso in diverse
situazioni che vanno dal jazz alla musica d’autore. Si dedica
alla sperimentazione e alla rivisitazione in chiave ironica delle
tradizioni musicali lontane con il gruppo Polka Miseria insieme a
Stefano Liuzzo. Collabora da tempo con il cantautore Daniele Goldoni.
Ultimamente ha pubblicato il libro “Attraverso Venere”
per l’editore Nomadepsichico tuttavia non è uno scrittore,
tantomeno emergente, è semplicemente così e non ha ambizioni
di diventare qualcos'altro. Non è un "alternativo"
o un "diverso" (alternativo a cosa poi... non l'ha mai capito).
Sorride sempre ed è sereno, non beve, non fuma, non crede in
niente e spera meno ancora. Vive il più possibile e non si
annoia mai. È così barbaramente innamorato di tutto
che tanti pensano non gliene freghi di niente. Ha la costanza cromatica
di un camaleonte, è senza personalità, o forse ne ha
una piccola e rugosa come una noce e con la massa di Giove.
La
seguente intervista alla signora Lala Lubelska è apparsa il
27 gennaio 2005 sulle pagine del quotidiano ‘Il Resto del Carlino’,
a firma del giornalista rodigino Carlo Cavriani. La Biblioteca comunale
‘Dino Tinti’ ha pensato di proporla alla Cittadinanza
e agli studenti di Melara in occasione della prossima ‘Giornata
nazionale della memoria’, istituita dal Governo italiano il
20 luglio 2000 per non dimenticare l’Olocausto.
LALA
LUBELSKA DI BADIA POLESINE
“IO,
SCAMPATA AI LAGER ORA INSEGNO AI GIOVANI IL VERO SENSO DELLA VITA”
Ebrea polacca è passata dal ghetto di Lodz ai campi di Auschwitz
e Mauthausen
“Là ho conosciuto mio marito: in quell’inferno
era possibile anche l’amore “
“Ragazzi
la vita è bella, non ve lo dimenticate. Mai!”
Ha 78 anni Lala Lubelska, ebrea polacca e testimone chiave della Shoah
per gli archivi Spielberg. Vive a Badia Polesine. Paese d’origine
di suo marito, Giancarlo Cicogna, scomparso una decina di anni fa,
ma conosciuto alla fine della Seconda guerra mondiale in un campo
di lavoro vicino a Dresda. In questi giorni è impegnatissima
a girare per le scuole, ma non solo, per raccontare agli altri la
sua memoria, una memoria da non dimenticare.
Dal ’39 al ’44 ha vissuto nel ghetto di Lodz, prima di
finire ad Auschwitz e quindi a Mauthausen. “Ho rischiato tre
volte di morire e alla fine della guerra quasi lo volevo anche. Avevo
sofferto troppo. Ero distrutta nel fisico e nel morale. Ma io non
mi sono lasciata andare, ha prevalso la forza di volontà, l’amore
per la vita e anche un po’ di fortuna. Come ad Auschwitz. Ero
ormai segnata. Ero in fila assieme alle mie due sorelle gemelle Kika
e Kuka, più vecchie di me di un anno. C’era un ufficiale
che controllava le ragazze senza tatuaggio, come noi. Quelle che l’avevano
erano salve, andavano a lavorare. Le altre erano destinate alla camera
a gas. È stato un attimo. Mentre noi passavamo una donna l’ha
avvicinato e lui si è distratto. Dovevamo sopravvivere”.
Come
si viveva nel ghetto di Lodz?
“Mi
ricordo solo tanta miseria. Vedevo i morti lungo le strade. I primi
anni li portavano via, poi venivano lasciati lì. Andavo a lavorare
facendo chilometri in mezzo alla neve. Facevo selle per i cavalli
tedeschi. Avevo le mani che mi sanguinavano. Mi ricordo anche che
avevo tanta fame. Solo crauti e scorze di patate comprate al mercato
nero. Venivano cotte così sulla padella, senza olio, né
sale. Si lottava per sopravvivere. Io stessa sono riuscita a farmi
trasferire in un ufficio quando una mia parente ha sposato un responsabile
dell’amministrazione dei trasporti. Il clima che si viveva all’interno
del ghetto era tremendo. Non mi ricordo un matrimonio, mai una festa.
Ma del resto come si poteva! Quando uscivi per strada, vedevi i morti
impiccati ai pali o lungo le vie. Speravi di non essere raccolta dalle
camionette munite di camera a gas che ti rapivano e ti facevano sparire
per sempre. Speravi che i tedeschi non facessero irruzione all’improvviso
mentre eri a casa. Loro lo potevano fare da un momento all’altro.
C’era una tensione incredibile”.
Nel
ghetto si pregava?
“Si,
mio padre ogni venerdì accendeva le candele. Era un segno di
vita. Mio padre era una persona con una grande dignità. Mi
ricordo ancora ad Auschwitz, quando l’ufficiale con il frustino
lo separò da noi per mandarlo a morire, disse sorridendo: “Non
preoccupatevi, voi vi salverete, voi vi salverete”. Lo faceva
per darci speranza”.
Prova
odio?
“No,
odio porta solamente odio. Guardi cosa succede in medio Oriente di
questi tempi. Le racconto un episodio. Poco dopo la fine della seconda
guerra mondiale vivevo già a Badia. Una madre di un soldato
tedesco giunse fino in Polesine per cercare il figlio scomparso. A
Badia sapevano che parlavo il tedesco per questo mi hanno chiesto
di esserle di aiuto. Scoprimmo che il figlio era sepolto nel cimitero
di Badia. La ospitai a casa mia. Quella volta non pensai che quella
donna poteva essere la madre di un uomo che poteva aver contribuito
ad uccidere mio padre. Ho pensato solamente che quella persona era
semplicemente una madre disperata che aveva perso per sempre il proprio
figlio”.
Quando
parla della sua vita ai ragazzi delle scuole cosa prova?
“Non
vedo nessuno davanti a me. Sono concentrata su me stessa. È
come se vedessi un film tremendo. Ogni volta sto male. Mi ricordo
ancora quando ci hanno deportato in treno ad Auschwitz. Eravamo stretti,
gli uni agli altri. Un cucchiaio di zucchero e basta da mangiare.
Vivevamo in mezzo agli escrementi, qualcuno moriva, ma ce ne siamo
accorti solo quando hanno aperto i vagoni e ci hanno fatto scendere”.
Per
lei il ricordo è sempre una sofferenza però continua
a mantenerlo vivo. Perché?
“Lo
faccio per i giovani. Per fare in modo che loro gioiscano delle cose
belle della vita. Che possano godere della libertà come gli
uccelli che volano in cielo. Vedo che nelle scuole i ragazzi stanno
attenti e mi fanno un sacco di domande intelligenti. Credo che la
gioventù di oggi, a dispetto di quanto si sente dire in giro,
sia una bella gioventù”.
LA
LEGGE CHE HA ISTITUITO LA GIORNATA DELLA MEMORIA IN ITALIA
Legge
20 luglio 2000, n. 211
"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo
dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati
militari e politici italiani nei campi nazisti"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000
Art.
1.
La
Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento
dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine
di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali,
la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno
subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro
che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto
di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre
vite e protetto i perseguitati.
Art.
2.
In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo
1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni
di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle
scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo
ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti
in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un
tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa,
e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
"Sala
gremita per la serata con la sopravvissuta Lala Lubelska"
Il ricordo di Auschwitz commuove ancora
Un
pubblico particolarmente attento e numeroso ha partecipato alla toccante
conferenza dal titolo ‘Ultima fermata Auschwitz. Per non dimenticare
l’Olocausto’, promossa per la prima volta dalla biblioteca
civica ‘Dino Tinti’ e dall'amministrazione comunale di
Melara in occasione della ‘Giornata nazionale della memoria’,
istituita ufficialmente dal Governo italiano nel luglio del 2000.
A fare gli onori di casa è spettato al primo cittadino Francesco
Losi, il quale ha invitato i presenti in sala a rispettare un minuto
di silenzio, dopodiché sono seguiti gli interventi dell’assessore
provinciale Laura Negri, dell’assessore alla cultura Paola Davì
e del presidente della biblioteca Mauro Rossi. L'ospite d’eccezione
è stata Lala Lubelska, 79enne, ebrea polacca di Badia Polesine,
che ha ripercorso la sua terribile e drammatica esperienza vissuta
nel ghetto di Lodz e nei lager nazisti di Auschwitz e Mauthausen.
La serata è stata allietata da alcuni brani della tradizione
musicale ebraica eseguiti con maestria dai mantovani Stefano Liuzzo
(chitarra) e Nicola Mazzoni (contrabbasso).
(di Nicola Testoni tratto da 'Il Resto del Carlino' di domenica 22
gennaio 2006)
Nelle fotografie: diversi momenti della conferenza in Municipio dal
titolo 'Ultima fermata Auschwitz. Per non dimenticare l'Olocausto'.




